Questo articolo è stato letto 924volte!
Recentemente le cronache rimarcano fatti piuttosto preoccupanti e pericolosi che sembrano generalizzati e presenti nelle diverse fasce di età, professione e capacità economica.
Sulla base del clamore mediatico la frequenza con cui si stanno verificando nel nostro paese atti di suicidio e di violenza negli ultimi mesi sembra essere salita pericolosamente.
Tuttavia sembra aleggiare sotterranea l’idea che possano sembrare plausibili quando si verificano nella popolazione adulta, in concomitanza di eventi di vita catastrofici, come se una causalità diretta possa motivarne la messa in atto. Quasi come se la crisi possa personificare un concreto e reale colpevole di tutto questo.
Risulta più doloroso e scioccante che atti suicidari o criminali vengano commessi o tentati da adolescenti e minori.
Affiorano interrogativi senza risposta. Immedesimandoci nelle famiglie spezzate e straziate dal dolore ognuno si chiede come mai stia accadendo tutto questo.
Probabilmente non c’è un solo motivo, così come non si può imputare tutto ad un solo colpevole: la collettività, lo stato, la scuola, la famiglia ed il singolo individuo.
Forse tutti protagonisti e colpevoli di essere indifesi e inermi nell’affrontare situazioni difficili e complesse.
Una società individualista e centrata sulla prestazione ed il raggiungimento di obiettivi elevatissimi spesso perde di vista le tappe intermedie che favoriscono l’apprendimento, la crescita e la realizzazione. Negli ultimi tempi sembra che non sia possibile sbagliare, non è ammesso il fallimento, il non riuscire a raggiungere il target prefisso. Aspiriamo a tanto senza gustare ciò che ci è dato e senza riuscire a considerare con il giusto valore le mete meno eclatanti che ogni giorno riusciamo a raggiungere come persone.
Chi mai può essere così arrogante da pensare di “dover” raggiungere la perfezione e di “poterne” definire i requisiti?
Come mai oggigiorno non è possibile essere semplicemente una brava persona ma ci si crede in diritto di dover essere la migliore tra le brave persone? Soprattutto, quale sarebbe il vantaggio di essere sempre primi e di non poter mai perdere?
Siamo una società focalizzata patologicamente sui risultati, sul raggiungimento di mete precarie ed eccessivamente lontane dalle nostre possibilità e che non sembra considerare l’eventualità di perdere e di non riuscire. Ogni persona dalla scuola dell’infanzia sino al pensionamento e anche oltre sembra aver smarrito la capacità di tollerare le frustrazioni. Il dolore, la fatica, la delusione esistono, fanno parte della nostra esistenza umana, non possiamo e forse non dovremmo esasperarne l’eliminazione. Non è possibile non soffrire per una perdita, non è possibile non soffrire dinanzi alla presa in giro, non è possibile non provare alcune emozioni e sottrarsi o cancellare ciò che le provoca. Siamo umani e proviamo la gioia tanto quanto la sofferenza. Forse sarebbe importante chiedersi come mai abbiamo smarrito la capacità di accettare il dolore, di vivere la sofferenza e di affrontare la paura semplicemente percependole, sentendole e aspettando che si affievoliscano. Prima o poi passerà. Ma sarà notevolmente faticoso e pericoloso non riuscire ad ammettere che in una gara sia possibile anche raggiungere posizioni scarse o intermedie, che qualche volta è più sano e accettabile focalizzarsi sul piacere di fare le cose e non sulla necessità di arrivare primi. La mancanza di umiltà è una pretesa pericolosa, che ricade sui nostri figli, come se non potessero deluderci, come se loro non potessero commettere errori ed essere imperfetti.
Indubbiamente accettare le fatiche ed i fallimenti della vita non è facile, ma sarà impossibile se non impariamo e non educhiamo i giovani a guardarsi con occhi di soddisfazione e non di giudizio, di accettazione e non di accusa, di amorevolezza e non di prepotenza.
Noi adulti abbiamo una responsabilità grande, aiutare i giovani a volersi bene, ad accettare le piccole cose, a guardare la vita con umiltà per accettare la propria imperfezione umana e onorare il dono della vita che hanno ricevuto.
Angela Dassisti
Fonte: Romasette.it